La vicenda che arriva da Pettorano sul Gizio è entrata ora nella fase processuale: il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona ha chiesto il rinvio a giudizio per una donna di 50 anni, residente a Sulmona, accusata di rapina aggravata nei confronti dell’anziano che assisteva. L’episodio, oggetto della denuncia presentata dall’uomo novantatreenne, riguarda la sottrazione di una cassaforte dalla casa dell’assistito; secondo l’accusa l’azione sarebbe stata motivata dalla speranza di trovare denaro o gioielli, ma la cassaforte è risultata vuota.
Le indagini, coordinate dalla procura di Sulmona, si sono sviluppate in più direzioni: dalla perquisizione domestica fino all’analisi del telefono cellulare sequestrato, con lo scopo di ricostruire scambi e movimenti utili a chiarire i fatti. Nella ricostruzione accusatoria entrano anche accertamenti medici per verificare l’ipotesi di narcotizzazione del novantatreenne, già dichiarata nella denuncia a seguito del risveglio in stato di confusione e stordimento.
La dinamica contestata e gli elementi raccolti
Secondo l’impianto d’accusa, i fatti risalgono al 2026: la cinquantenne, che aveva svolto la mansione di badante per l’anziano, avrebbe sfruttato la condizione di fragilità del suo assistito per impossessarsi della cassaforte. Dopo la querela del pensionato, i carabinieri della compagnia di Castel di Sangro hanno effettuato la perquisizione nella dimora della donna, recuperando documenti ritenuti rilevanti per le indagini. Tra gli elementi considerati significativi dalla Procura figurano il ritrovamento di documenti d’identità e del codice fiscale dell’anziano all’interno dell’abitazione dell’indagata, elementi che, secondo gli investigatori, si conciliano con la versione della presunta vittima.
Le verifiche tecniche
Le attività investigative non si sono limitate agli oggetti materiali: il sequestro del telefono cellulare della donna ha consentito di scandagliare conversazioni e messaggi con l’obiettivo di individuare contatti e movimenti sospetti. Parallelamente, sono stati disposti accertamenti sul fronte sanitario per accertare se vi sia stata somministrazione di farmaci o altre sostanze con finalità sedative, ipotesi indicata dall’anziano come possibile causa del suo stato di disorientamento.
La versione della difesa e la controdenuncia
Fin dai primi atti la donna ha respinto con fermezza le accuse: assistita dall’avvocato Alessandro Rotolo, ha presentato memorie difensive nelle quali nega sia il furto sia l’utilizzo di medicinali per narcotizzare l’assistito. La linea difensiva propone una diversa chiave di lettura, sostenendo che alla base della denuncia vi sia una disputa lavorativa e non un episodio predatorio. In particolare, la difesa parla di una prassi dell’anziano di assumere badanti senza un regolare contratto e pagare compensi molto bassi, ipotizzando che la contestazione sia uno strumento per contrastare eventuali vertenze sindacali.
Testimonianze e approfondimenti
Per valutare questa ipotesi la Procura ha svolto indagini supplementari, ascoltando una decina di altre collaboratrici che in passato avevano lavorato per l’anziano. Tali escussioni avevano lo scopo di verificare la ricostruzione delle relazioni di lavoro, gli eventuali rapporti salariali e la presenza di usi contrattuali irregolari. Tuttavia, nonostante la controdenuncia e le memorie della difesa, gli inquirenti hanno ritenuto sufficienti gli elementi raccolti per procedere verso il dibattimento.
Prospettive processuali e prossime mosse
La richiesta di rinvio a giudizio del sostituto procuratore è ora all’esame del giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Sulmona, che dovrà stabilire se esistono i presupposti per mandare la donna a processo. La parte indagata potrà presentare ulteriori memorie o chiedere di essere sentita nuovamente; per essere efficaci, tali documenti dovranno fornire elementi di novità rispetto a quanto già depositato. Sullo sfondo restano i punti chiave del caso: la contestazione di rapina aggravata, le ipotesi relative alla narcotizzazione e la ricostruzione dei rapporti di lavoro tra l’anziano e le sue assistenti.
Qualora il gup accolga la richiesta della Procura, si aprirà la fase dibattimentale in cui verranno esaminate prove, testimonianze e perizie richieste dalle parti. La vicenda rappresenta un esempio di come si intreccino tematiche penali e lavoristiche nella gestione delle cure domiciliari agli anziani, sollevando interrogativi sulla tutela delle persone fragili e sui diritti delle lavoratrici impiegate come badanti.



