Nel novembre 2022 una donna quarantenne della Riviera del Brenta, madre di due bambini e sposata, si è recata all’Istituto Besta di Milano per una chirurgia cerebrale definita di routine. Dopo aver manifestato occasionali difficoltà visive dall’occhio destro e forti cefalee, le era stata diagnosticata una rara forma di craniofaringioma un tumore benigno ma potenzialmente pericoloso. I medici le hanno consigliato l’asportazione completa, sostenendo che l’intervento sarebbe stato rapido e privo di complicazioni.
L’intervento chirurgico e la diagnosi iniziale
Il 2 novembre 2022 la paziente è stata posta in sala operatoria. Il procedimento, condotto da un team di neurochirurghi, prevedeva l’utilizzo di endoscopi nasali e l’esposizione prolungata a dispositivi invasivi. Sebbene la rimozione del tumore sia stata completata con successo, la fase post-operatoria ha subito un brusco cambiamento: il giorno successivo la paziente ha manifestato segni di shock settico, è stata trasferita al reparto di rianimazione del Fatebenefratelli e poi ricondotta al Besta il 23 novembre.
La comparsa dell’infezione
Durante la degenza è stata identificata un’infezione da Acinetobacter baumannii un batterio noto per la sua resistenza agli antibiotici e per la capacità di provocare meningoencefalite e ventricolite. Tre periti – il medico legale Davide Roncali, il neurochirurgo Domenico Davella e l’infettivologo Renzo Scaggiante – hanno confermato che la contaminazione è avvenuta nella corsia dell’ospedale, in un contesto ad altissimo rischio. La perizia ha escluso la possibilità che l’infezione fosse inevitabile, sottolineando la mancanza di adeguati protocolli preventivi.
L’infezione nosocomiale e le conseguenze
Dopo il primo episodio di shock, la donna ha dovuto sottoporsi a una serie di ulteriori interventi, inclusa una seconda operazione il 11 novembre. La sua condizione è peggiorata fino a contrarre anche il Covid-19, prolungando il ricovero. Il 5 aprile 2023 è stata trasferita a Ferrara per una riabilitazione intensiva; quasi un anno dopo, il 9 ottobre, è tornata a casa, ma necessita di assistenza continua da parte del marito, dei suoceri e di una badante. Gli specialisti hanno dichiarato che la paziente è now invalida al 100 % impossibilitata a svolgere qualsiasi attività lavorativa o domestica.
La causa civile e la richiesta di risarcimento
La famiglia, delusa dal rifiuto dell’assicurazione dell’ente di coprire i danni, ha deciso di avviare una maxi-causa affidandosi agli avvocati Massimo Dragone e Marta Guarda. La domanda di risarcimento supera i 5 milioni di euro suddivisi in circa 1,3 milioni per le spese future di assistenza, 1,5 milioni per i danni subiti dai familiari e 0,5 milioni per la perdita di reddito del marito, che ha dovuto ridurre l’attività professionale per assistere la moglie.
Il marito ha dichiarato che la loro “routine familiare è stata stravolta” e che i figli ora affrontano limitazioni quotidiane. Ha ringraziato i medici degli ospedali di Ferra e Padova per le cure successive, ma ha sottolineato che all’Istituto Besta l’intervento era stato presentato come “un semplice intervento di una settimana”. La famiglia accusa l’ospedale di aver sottovalutato i rischi e di non aver attuato le misure preventive richieste, facendo leva sulla perizia che descrive il contesto come “ad altissimo rischio” e la responsabilità come scientificamente fondata.



