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Arresti e sequestri per corruzione nella TAV Napoli-Bari

Un'indagine ha messo a nudo un intreccio di corruzione, tangenti nascoste nei regali natalizi e sfruttamento di lavoratori stranieri nei cantieri della TAV Napoli‑Bari.

Arresti e sequestri per corruzione nella TAV Napoli-Bari

Un vasto dossier investigativo che riguarda la realizzazione della linea ad alta velocità Napoli-Bari ha portato all’emissione di venti misure cautelari personali. Dieci soggetti sono stati posti agli arresti domiciliari, altri hanno ricevuto obblighi di dimora o la sospensione dall’esercizio di pubblici uffici. Le accuse spaziano dalla corruzione all’emissione di fatture per operazioni inesistenti dal caporalato all’uso di calcestruzzo di qualità inferiore rispetto a quanto previsto dal progetto da 5,8 miliardi di euro.

Corruzione e tangenti nascoste nei regali natalizi

Le indagini della Procura di Napoli hanno ricostruito un meccanismo di scambio di favori tra imprenditori ed esponenti dell’amministrazione pubblica. In cambio di commesse e di una gestione più blanda dei controlli, gli offerenti avrebbero versato denaro contante o altri valori all’interno di confezioni natalizie: panettoni e scatole di biscotti contenevano sacchetti con 10.000 e 4.000 euro. Oltre al contante, i pagamenti includevano orologi di pregioPorsche Macan vacanze su yacht tra Capri e Ischia, soggiorni in hotel di lusso e persino iPhone e cuffie Bluetooth.

Tracciamento dei flussi illeciti

Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Napoli ha effettuato controlli sul territorio, incassando bonifici sospetti – tra cui 18.300 euro destinati a un appartamento di Roccaraso – e sequestrando beni di valore complessivo vicino ai 20.000 euro. Il giudice per le indagini preliminari, Federica Girardi, ha definito il rapporto tra le parti “sistematicamente basato sullo scambio di favori reciproci” e ha denunciato un “vero asservimento delle funzioni pubbliche agli interessi privati”.

Caporalato e condizioni di lavoro disumane

Un altro filone emerso riguarda l’uso di manodopera extracomunitaria in maniera irregolare. Nei cantieri di Grottaminarda, in provincia di Avellino, sono stati identificati 34 operai egiziani costretti a turni che superavano le 20 ore quotidiane, con scarso riposo e condizioni di vita precarie. La retribuzione risultava inferiore al minimo contrattuale, ed erano state violate norme di igiene e sicurezza sul lavoro. Alcuni dei lavoratori non possedevano permessi di soggiorno regolari, e la documentazione sulla formazione obbligatoria era carente.

Le testimonianze degli operai

Le testimonianze raccolte indicano che gli operai erano reclutati da un connazionale fermato agli arresti domiciliari. Una volta sul posto, gli uomini erano sottoposti a una sorveglianza quasi costante, con poche opportunità di riposo o di contatti esterni. L’organizzazione criminale, secondo le indagini, si sarebbe infiltrata nei subappalti, sfruttando la complessità della catena di fornitura per nascondere le irregolarità.

Materiali scadenti e fatturazione fasulla

Controlli tecnici sui campioni di calcestruzzo prelevati dalle strutture ancora in eredità hanno rivelato valori di resistenza ben al di sotto delle specifiche progettuali (30, 29 e 32 N/mm² contro i 35 N/mm² richiesti). Le cause individuate includono un eccessivo apporto d’acqua, dosaggi errati di additivi e pratiche scorrette nella preparazione e nel trasporto del calcestruzzo. Queste anomalie hanno determinato la sospensione di alcune opere e l’avvio di ulteriori verifiche.

Fatture per opere inesistenti

Parallelamente, la Procura ha scoperto un sistema di fatturazione fittizia utilizzato per generare liquidità illecita. Le fatture, emesse per lavori mai eseguiti, sono state poi convertite in denaro contante, parte del quale è finito nelle mani dei corruttori. Il meccanismo è stato definito “di estrema gravità” dal giudice, che ha disposto il sequestro preventivo dei profitti illeciti, con cifre comprese tra 170 e 18.000 euro per ciascun indagato.

Nel complesso, le indagini hanno dimostrato che le irregolarità non dipendono dall’ente appaltante – Rete Ferroviaria Italiana – ma da una rete di subappaltatori, imprese ed esponenti pubblici che hanno favorito pratiche illecite per approfittare di un investimento di quasi 6 miliardi di euro destinato a trasformare la mobilità del Mezzogiorno.

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