La ricerca dei sub dispersi nell’area nota come grotta di Alimathà, nell’atollo di Vaavu alle Maldive, ha portato alla localizzazione dei corpi in uno dei segmenti più profondi e complessi del sistema cave. Le autorità locali e le squadre internazionali hanno messo a punto operazioni di recupero che combinano tecniche avanzate e attrezzature specifiche, in un ambiente dove ogni passaggio richiede una pianificazione minuziosa e una gestione rigorosa del rischio. L’accesso al terzo ambiente sotterraneo avviene solo dopo aver attraversato due cavità e una discesa che raggiunge i 60 metri di profondità, circostanza che impone l’uso di miscele e dispositivi dedicati.
All’interno della grotta sono stati individuati i corpi di quattro dei sub italiani coinvolti nell’incidente: Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino e Federico Gualtieri, mentre il corpo di Gianluca Benedetti era stato recuperato in precedenza. Le operazioni di recupero non sono concluse e sono previste ulteriori immersioni specializzate. Tra le difficoltà emerse durante le ricerche ci sono le condizioni ambientali, la profondità e l’incidenza di eventi legati alla malattia da decompressione, che ha provocato la tragica perdita di un sommozzatore della Guardia Costiera locale.
Come sono state condotte le ricerche
Le immersioni di localizzazione e recupero hanno visto l’impiego di team di search & recovery con esperienza internazionale e di specialisti in speleosub. Per operare nei passaggi stretti e profondi sono stati utilizzati dispositivi come il rebreather, che consente un uso prolungato del gas respirato, e la miscela Trimix (azoto, elio e ossigeno), adeguata alle profondità coinvolte. In certi tratti gli operatori si sono avvalsi di scooter subacquei per coprire rapidamente i tunnel sommersi: strumenti che richiedono formazione avanzata e protocolli di sicurezza stringenti prima di ogni immersione.
Il ruolo dei soccorritori esterni
Tra i contributi decisivi per la localizzazione dei corpi vi sono stati interventi di squadre estere specializzate: la fondazione Dan Europe ha fornito tre soccorritori finlandesi, Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, che si sono uniti alle operazioni insieme ad altri operatori tecnici. Questi professionisti portano esperienza in missioni complesse e in ambienti confinati, fondamentali quando la visibilità è ridotta e i passaggi sono tortuosi. L’uso coordinato di linee guida, sistemi di comunicazione e piani di emergenza è stato essenziale per limitare ulteriori rischi durante le immersioni successive alla localizzazione.
Caratteristiche della grotta e rischi naturali
La grotta di Alimathà è composta da una serie di cavità e gallerie collegate che si sviluppano su più livelli: l’ingresso è a circa 50 metri, la seconda camera si collega alla terza che raggiunge ~60 metri. Queste cavità si sono formate negli strati sovrapposti di frammenti di corallo, sabbia e conchiglie, modellati dall’erosione marina nel corso di milioni di anni, a partire dalla dorsale vulcanica sommersa Chagos-Laccadive. La struttura rende gli anfratti biologicamente peculiari e tecnicamente insidiosi, con correnti locali e spazi angusti che aumentano la complessità delle immersioni di recupero.
Fauna e particolarità biologiche
Un elemento che contribuisce al fascino e all’insidia del sito è la presenza di squali che spesso trovano riparo nelle cavità: in questi luoghi alcuni esemplari mostrano comportamenti di riposo che gli studiosi definiscono insoliti per specie tipicamente attive. Secondo esperti italiani il sito è anche importante per lo studio dei coralli di grotta, comunità che vivono senza la dipendenza dalle alghe fotosintetiche e che rappresentano indicatori sensibili dei cambiamenti ambientali, incluso l’aumento della temperatura dell’acqua.
Prossime fasi e considerazioni finali
Le squadre continueranno le immersioni programmate per completare il recupero dei corpi, mantenendo protocolli rigidi per contenere i rischi di decompressione e per preservare la sicurezza degli operatori. L’incidente ha inoltre evidenziato la necessità di coordinamento internazionale in operazioni in ambienti estremi e la delicatezza del lavoro svolto dai speleo sub e da chi opera in missioni di search & recovery. Il sito di Alimathà rimane un luogo di grande valore scientifico ma anche di elevata pericolosità, richiedendo sempre competenze approfondite prima di ogni tentativo di esplorazione.



