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L’Ontologia del Segno e il Neuroimpressionismo di Gian Marco Brugnoli al Palazzetto dei Nobili

L’artista aquilano Gian Marco Brugnoli presenta la sua prima mostra personale a L’Aquila, Capitale Italiana della Cultura 2026, esplorando un linguaggio pittorico innovativo.

L’Ontologia del Segno e il Neuroimpressionismo di Gian Marco Brugnoli al Palazzetto dei Nobili

L’arte ha sempre cercato di esprimere l’ineffabile, di tradurre in immagini ciò che la mente percepisce. Gian Marco Brugnoli, artista aquilano, porta avanti questa tradizione con una ricerca che va oltre la semplice rappresentazione, esplorando i meccanismi della percezione visiva.

Dal 10 al 16 agosto, il Palazzetto dei Nobili di L’Aquila ospita L’Ontologia del Segno e il suo Neuroimpressionismo la prima mostra personale di Brugnoli, inserita nel programma di L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026.

Un linguaggio pittorico innovativo

La mostra presenta un corpus di opere che non si limitano a riprodurre la realtà, ma cercano di raccontare il processo percettivo attraverso cui la mente genera immagini. Il termine Neuroimpressionismo potrebbe sembrare ambizioso, ma descrive con precisione il lavoro di Brugnoli.

Le tele dell’artista non inseguono la realtà, ma il suo processo percettivo. Il segno si moltiplica, si interrompe, cambia direzione e si ricompone all’interno di campiture cromatiche intense. Ogni linea sembra seguire un impulso nervoso piuttosto che una costruzione geometrica. Il colore non riempie gli spazi, ma li attraversa, li mette in tensione e li costringe a dialogare.

Il risultato è una pittura che evita ogni forma di decorazione, non cerca il consenso immediato e non offre immagini rassicuranti. Chiede allo spettatore una partecipazione attiva, invitandolo a inseguire il ritmo della composizione e a trovare collegamenti.

Il dialogo tra passato e presente

La scelta del Palazzetto dei Nobili come sede espositiva aggiunge un elemento importante alla lettura della mostra. Le sale storiche dell’edificio non fanno da semplice contenitore, ma entrano nel racconto. Da una parte, la misura dell’architettura rinascimentale; dall’altra, una pittura attraversata da tensioni contemporanee.

Il confronto tra le due idee di ordine – quella della pietra e quella del segno – funziona perché non cerca l’effetto spettacolare. È un dialogo tra due epoche, tra due modi di intendere l’arte e la sua rappresentazione.

Una ricerca personale

Brugnoli affronta una questione che accompagna la pittura da oltre un secolo: dopo le avanguardie, dopo l’informale, dopo l’astrazione, quale spazio resta al segno? La sua risposta passa attraverso una ricerca personale che mette insieme gesto, percezione e memoria.

«La mia è una ricerca interiore: io dipingo le opere non cercando un soggetto specifico, ma dò colore, il colore che mi rispecchia e in quel colore c’è la sintesi del quadro stesso», ha spiegato l’artista. «La ricerca di quello che ho dentro è una ricerca personale, e sono felicissimo di mostrare le mie opere qui a L’Aquila. Tutte le opere sono acrilico su tela stesi con oggetti in legno: io raccolgo per strada pezzi di corteccia, di rame e poi dipingo con quelli».

Le tele di Brugnoli non sono né completamente astratte né narrative. Si muovono in una zona di confine dove le immagini sembrano affiorare e dissolversi nello stesso momento, invitando lo spettatore a completare ciò che la tela lascia volutamente aperto.

L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026

L’Aquila arriva a questa mostra in un anno speciale. Essere Capitale Italiana della Cultura significa anche assumersi il rischio di ospitare linguaggi che non inseguono il gusto più facile. Una città cresce quando accetta di confrontarsi con opere che dividono, che obbligano a fermarsi e che non si consumano nello spazio di una fotografia.

Forse il passo successivo dovrebbe essere proprio questo: accompagnare esposizioni come quella di Brugnoli con momenti di confronto aperti tra artisti, storici dell’arte, studenti e pubblico. Non per spiegare le opere, perché l’arte perde forza quando arriva già tradotta, ma per restituire alla pittura il tempo della discussione.

Oggi le mostre si visitano in pochi minuti e si archiviano con uno scatto sul telefono. Alcuni dipinti, invece, chiedono un’altra velocità. Le tele di Gian Marco Brugnoli sembrano appartenere a questa categoria. E non è una qualità così frequente.

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