L’ultimo rapporto della Fondazione GIMBE mostra che nel 2024 ben il 12,6% degli abruzzesi, quasi 160 mila persone, ha rinunciato a visite o esami sanitari. La media italiana è del 9,9%; l’Abruzzo si posiziona così al secondo posto, subito dopo la Sardegna, e registra oltre 43 mila casi in più rispetto all’anno precedente.
Il fenomeno è sintomo di una crisi più ampia: il deficit delle Aziende sanitarie locali (ASL) è passato da un avanzo di 0,088 milioni di euro nel 2018 a un disavanzo di 180,7 milioni nel quarto trimestre 2024, con un lieve miglioramento previsto a 74,514,276 euro per il 2025. Parallelamente, l’addizionale regionale IRPEF ha generato un gettito extra di 42,5 milioni di euro, a dimostrazione che la regione sta spostando il costo della sanità sui cittadini.
Rinunce alle cure: il dato più preoccupante dell’Abruzzo
Il tasso di abbandono delle prestazioni supera di gran lunga la media nazionale, confermando una tendenza in crescita. Nel periodo 2023-2024, i recuperi delle liste d’attesa restano insufficienti: solo il 28% dei ricoveri chirurgici arretrati del 2020-2021 è stato svolto, così come il 29% degli appuntamenti specialistici. Per gli screening del 2022, la ripresa è fermata al 21% per il primo livello e al 27% per il secondo, mentre interventi come quelli alla prostata sono stati eseguiti puntualmente in appena il 28% dei casi.
Confronto con la media nazionale
Il 9,9% di rinunce a livello italiano appare quasi una soglia di sicurezza; l’Abruzzo, con il 12,6%, dimostra come la carenza di risorse regionali incida direttamente sulla capacità di accesso dei cittadini. La diffusa mobilità sanitaria – saldo negativo passato da 71,2 milioni nel 2018 a oltre 104 milioni nel 2024, con un incremento del 46,1% – evidenzia l’esodo di pazienti verso regioni limitrofe per trattamenti ad alta complessità.
Bilancio sanitario regionale: disavanzi in crescita
Nel 2018 le quattro ASL abruzzesi registravano una perdita complessiva di circa 20,8 milioni di euro, nonostante un piccolo avanzo dovuto alla Gestione Sanitaria Accentrata (GSA). L’andamento successivo è stato drammatico: nel 2024 la Regione ha chiuso l’anno con un disavanzo di 180,7 milioni, quasi 160 milioni in più rispetto all’avanzo di otto anni prima. Il nuovo disavanzo previsto per il 2025, seppur inferiore, resta ingente (circa 74,5 milioni).
Pressione fiscale e PNRR
Il deficit rende necessaria una pressione fiscale aggiuntiva: l’addizionale regionale IRPEF ha comportato un gettito aggiuntivo di 42,5 milioni, ma questo non è sufficiente a riequilibrare i conti. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta un’occasione importante per potenziare la sanità territoriale, ma i progetti – Case e Ospedali di Comunità – rischiano di rimanere fermo al “cantiere” se non vengono garantiti personale, orari certi e continuità assistenziale.
Capacità produttiva e risorse umane
Le dimissioni ospedaliere sono scese da 158.631 nel 2018 a 135.482 nel 2025, una riduzione del 14,59% (23.149 dimissioni in meno). Il calo è particolarmente marcato in alcune sedi: Ortona (-40%), Castel di Sangro (-39%), Sulmona (-30%), Avezzano (-23%) e Lanciano (-22%). Questi dati non dimostrano automaticamente una diminuzione della qualità assistenziale, ma sollevano interrogativi su dove sia stata rinviata l’attività e su come i pazienti vengano ora gestiti.
Contratti e personale
Nel passaggio dal 2024 al 2025 i contratti per il personale sanitario sono passati da 3,81 milioni a 74,93 milioni di euro, un incremento di oltre 71 milioni, ponendo l’Abruzzo al terzo posto in Italia per valore assoluto. La trasparenza è tuttora assente: non è chiaro quali ASL abbiano stipulato questi contratti, per quali professionalità e a quali costi. Il deficit di personale resta grave – un medico su quattro e un infermiere su cinque non lavorano più nel SSN – rendendo imperativo un uso sostenibile e verificabile delle risorse.
Contesto nazionale: i tagli invisibili al SSN
Il presidente della GIMBE, Nino Cartabellotta, ha definito la situazione un “taglio invisibile” il fondo sanitario nazionale (FSN) è cresciuto da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026, ma la quota di PIL destinata alla sanità è rimasta intorno al 6%, ben al di sotto della media OCSE del 7,1%. Se il rapporto FSN/PIL fosse rimasto stabile al livello del 2022, il sistema avrebbe avuto 18,8 miliardi di euro in più.
Il Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2026 prevede una spesa sanitaria in crescita nominale, ma una riduzione della percentuale di PIL dallo 6,4% del 2026 allo 6,3% nei tre anni successivi, creando un divario cumulativo di 32,3 miliardi. In assenza di nuovi stanziamenti, il peso ricadrà sui bilanci regionali, con la conseguenza di aumentare le imposte o tagliare i servizi, colpendo nuovamente i cittadini.
Nel 2025 la spesa sanitaria totale ammonta a 190,1 miliardi: 140,8 miliardi di pubblico, 42,4 miliardi a carico delle famiglie (out-of-pocket) e quasi 7 miliardi gestiti da assicurazioni e fondi integrativi. L’aumento del 12,7% delle assicurazioni sanitarie volontarie indica una crescente dipendenza da soluzioni private, potenzialmente ingiuste per chi non può permettersele.



