L’Unsic, organizzazione rappresentativa dei datori di lavoro e membro del Cnel, ha pubblicato un’analisi basata sui dati INPS che mette in guardia sull’evoluzione del sistema previdenziale italiano. Secondo la stima, entro un decennio la pressione sul bilancio pensionistico potrebbe trasformarsi in una vera e propria emergenza sociale, soprattutto nelle aree dove la crescita dei redditi pensionistici è più debole.
Al 2025, il reddito medio lordo di un pensionato si attesta a 22.621 euro annui, con un incremento di appena 400 euro rispetto al decennio precedente, incremento che risente dell’inflazione. La spesa complessiva per le pensioni ha raggiunto 372,45 miliardi di euro nel 2025, una cifra che illustra l’onere crescente per le finanze pubbliche.
Calo delle pensioni medie e dinamiche di spesa
La crescita osservata riguarda soprattutto le categorie di pensioni anticipate (media attuale 27.000 euro annui), le pensioni di vecchiaia (media 16.650 euro per 11,5 milioni di beneficiari), le superstiti/reversibilità (12.480 euro) e l’invalidità previdenziale (10.686 euro). Anche l’assegno sociale è stato rivalutato, passando da 448,07 euro nel 2016 a 546,24 euro oggi. Nonostante questi aggiornamenti, il fattore critico sarà il calo delle nuove pensioni, poiché il numero di nuovi beneficiari nel cosiddetto “regime misto” sta diminuendo.
Il peso del regime contributivo: Dini e Fornero
Il regime contributivo puro, introdotto dalla Riforma Dini (legge n. 335/1995) e poi esteso a tutti i lavoratori con la Riforma Fornero del 2012, sta gradualmente sostituendo il modello misto più favorevole. Come spiega Domenico Mamone, presidente dell’Unsic, “sarà proprio la netta prevalenza del regime contributivo puro a spingere verso il basso l’importo delle pensioni rispetto al sistema precedente”. Questo cambiamento è in linea con gli obiettivi delle riforme, ma comporta una riduzione dei capitali accumulati dai lavoratori, soprattutto per chi non ha avuto carriere lunghe e stabili.
Impatto sulle nuove generazioni di pensionati
Con il passaggio al modello contributivo, le future pensioni saranno calcolate sulla somma dei contributi versati, moltiplicata per coefficienti crescenti in base all’età di uscita dal lavoro. Il risultato è una riduzione media degli assegni rispetto al calcolo retributivo, che considerava gli stipendi degli ultimi anni di lavoro. Tale dinamica, unita al progressivo invecchiamento della popolazione, aumenterà il numero di pensionati rispetto al numero di contribuenti attivi, creando uno squilibrio strutturale.
Disparità regionali delle pensioni lorde
Le differenze tra le regioni italiane sono marcate. Al primo posto c’è la Lombardia, con una pensione media lorda di circa 25.500 euro, grazie a un tessuto produttivo dominato da industria, finanza e carriere continue. La seconda posizione è occupata dalla Provincia di Bolzano (25.000 euro) seguita da Trento con 24.500 euro, regioni che beneficiano di alti tassi occupazionali e stipendi superiori alla media nazionale.
La Valle d’Aosta registra una media di 24.800 euro**, mentre la Liguria si attesta intorno a 24.500 euro grazie a settori industriali, portuali e una alta percentuale di pluripensionati. Lazio e Piemonte condividono una media di 24.400 euro**, rispettivamente sostenuti da amministrazione pubblica e dall’industria automobilistica e meccatronica.
Il Friuli-Venezia Giulia arriva a 24.200 euro**, con un tessuto manifatturiero e portuale solido. L’Emilia-Romagna media 23.750 euro**, con notevoli differenze tra Bologna/Parma (circa 25.000 euro) e Rimini (20.000 euro). La Toscana si posiziona al nono posto con 22.900 euro, trainata da distretti tessili, conciari, meccanici e dal turismo.
Il Veneto registra 22.500 euro, con una spiccata presenza di autonomi e PMI artigiane. La Marche si attesta a 22.100 euro, seguita dall’Umbria (21.800 euro) dove le piccole e medie imprese dominano. L’Abruzzo media 21.500 euro, con una combinazione di dipendenti pubblici e pensioni sociali soprattutto nelle zone interne.
La Sardegna registra 20.100 euro, con pensionati più privilegiati nel pubblico impiego e nei poli industriali, mentre l’agricoltura porta le medie più basse. Il Molise e la Basilicata si collocano rispettivamente a 19.400 euro e 19.200 euro, con economie basate su agricoltura e artigianato. La Campania media 18.400 euro, la Sicilia 17.900 euro, la Puglia 17.800 euro e infine la Calabria 17.600 euro, regioni caratterizzate da carriere frammentate, retribuzioni più basse e alta incidenza di prestazioni assistenziali.
«Tra una decina d’anni il regime previdenziale misto, tendenzialmente più favorevole del contributivo puro, sarà residuale e gli assegni pensionistici saranno di conseguenza sempre più leggeri», avverte Domenico Mamone. A questo si aggiungono i mutamenti produttivi, con il declino di industrie che garantivano carriere continue, e il dato demografico: l’aumento del numero di pensionati graverà ulteriormente sulle casse pubbliche. Quando le pensioni costituiscono una “cassaforte” importante per molte famiglie, la tendenza al ribasso rischia di destabilizzare gli equilibri sociali consolidati.



