Il tribunale di Teramo ha posto la parola fine all’indagine relativa alla tragedia del 22 dicembre 2026 sul Gran Sasso, quando due alpinisti romagnoli, Luca Perazzini e Cristian Gualdi, persero la vita nel Vallone dell’Inferno. La decisione del Gip ha accolto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, ritenendo che le condizioni meteorologiche estremamente avverse abbiano reso impossibili interventi di soccorso efficaci.
La vicenda ha combinato elementi tecnici, drammatici e normativi: dalle immagini delle webcam che documentano il rapido peggioramento del tempo agli interrogativi dei familiari sui possibili interventi aerei. Sullo sfondo resta però il dolore per la perdita di due persone esperte di montagna e il confronto pubblico sul tema della sicurezza in ambiente alpino.
Motivazioni dell’archiviazione
Secondo il provvedimento del Gip, gli accertamenti svolti hanno escluso omissioni o negligenze imputabili ai soccorritori e al personale degli impianti. Il giudice ha ritenuto che il rapido peggioramento delle condizioni meteo, con vento forte, scarsa visibilità e rischio valanghe, abbia reso qualsiasi operazione di recupero non praticabile in sicurezza, anche con mezzi aerei. In questa valutazione hanno avuto peso le testimonianze raccolte e le verifiche tecniche condotte dalla Procura, coordinate dal pubblico ministero Laura Colica, che aveva chiesto l’archiviazione.
Elementi probatori principali
Tra le prove chiave ci sono le riprese delle webcam della zona della Scindarella, che mostrano l’improvviso deterioramento del tempo, e le ricostruzioni del percorso seguito dai due escursionisti sul versante sud-est del Corno Grande. Le indagini hanno ricostruito come i due abbiano perso l’orientamento intorno a quota 2.440 metri e siano scivolati fino a circa 2.700 metri, lanciando l’allarme quando le condizioni erano già proibitive. Questi elementi sono stati valutati dal Gip come causa principale della tragedia.
Il ruolo della funivia e la posizione del Ctgs
Il Centro Turistico Gran Sasso (Ctgs) ha rivendicato la piena correttezza dell’operato della società e dei suoi dipendenti, sottolineando che la funivia Fonte Cerreto–Campo Imperatore opera come servizio di trasporto pubblico di linea e che, secondo la normativa vigente, gli operatori non hanno titolo a impedire l’accesso a passeggeri in possesso di regolare biglietto. L’amministratore unico, Gianluca Museo, ha evidenziato che gli addetti non possono valutare né il livello di equipaggiamento né l’intenzione escursionistica degli utenti, rimandando tali responsabilità alla self‑assessment degli stessi.
Normativa e limiti operativi
La questione centrale dal punto di vista giuridico riguarda i limiti imposti alle imprese che gestiscono impianti: la qualifica di servizio pubblico di linea comporta obblighi e vincoli, ma anche restrizioni su cosa il personale possa o non possa fare in termini di giudizio sui clienti. Il Ctgs ha quindi difeso la condotta dei lavoratori, ricordando che ricostruzioni «colpevoliste» possono travisare i doveri normativi e le competenze effettive del personale in servizio.
Cosa emerse durante le ricerche e la posizione delle famiglie
Le operazioni di ricerca furono condizionate da continue interruzioni a causa del maltempo: i soccorritori rimasero bloccati in quota e solo dopo giorni fu possibile riprendere le operazioni. I corpi furono individuati a distanza di qualche giorno dal tragico evento: il recupero via terra portò al ritrovamento di Gualdi e, successivamente, di Perazzini sepolto sotto oltre mezzo metro di neve. Le famiglie avevano presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, invocando ulteriori approfondimenti, in particolare sulla possibilità di impiegare un elicottero militare per un tentativo di recupero.
Valutazioni tecniche sui mezzi aerei
Le analisi tecniche svolte dagli inquirenti hanno escluso la fattibilità di interventi aerei nelle condizioni rilevate nella serata del 22 dicembre 2026. Raffiche intense, scarsa visibilità e rischio per gli equipaggi hanno portato gli investigatori a concludere che anche l’utilizzo di un elicottero dell’Aeronautica Militare non avrebbe garantito un’operazione sicura e risolutiva.
Impatto e interrogativi aperti
Con l’archiviazione si chiude il capitolo giudiziario sulle responsabilità immediate, ma il caso alimenta un dibattito più ampio su prevenzione e informazione in montagna. Il bilancio è doppio: da un lato la conferma che la macchina dei soccorsi ha agito nei limiti delle possibilità; dall’altro la necessità di riflettere su strumenti di prevenzione, segnaletica, formazione e sull’uso della tecnologia per migliorare la sicurezza. La comunità locale e le istituzioni sono chiamate a confrontarsi su come ridurre il rischio di future tragedie senza travalicare i confini normativi e operativi che caratterizzano il soccorso in alta quota.



