Il 17 settembre, a L’Aquila, i consiglieri regionali della Lega Vincenzo D’Incecco e Carla Mannetti hanno lanciato una pressione politica affinché l’operazione Strade Sicure venga potenziata con un organico di almeno 10mila militari. La proposta, in linea con le indicazioni di Matteo Salvini, punta a collocare più soldati in piazze, stazioni ferroviarie e altri luoghi sensibili, senza sostituire Carabinieri o Polizia, ma per garantire un intervento più celere contro criminalità e illegalità.
Le richieste della Lega per l’Abruzzo
Secondo gli stessi consigliere, a Chieti, Pescara e Teramo l’iniziativa Strade Sicure non è ancora operativa, mentre nella provincia dell’Aquila la presenza è concentrata nella Marsica, a Ortucchio, presso la sede Telespazio. D’Incecco ha sottolineato la necessità di estendere il presidio anche nella capitale regionale e nella Valle Peligna, zone attualmente prive di strutture analoghe. La Lega ha portato la questione in discussione alla commissione difesa della Camera, ottenendo una proposta di risoluzione finalizzata a incrementare gli organici militari.
Obiettivi concreti richiesti dalla Lega
Gli obiettivi delineati includono: (i) aumentare a 10mila i militari impegnati in Strade Sicure(ii) garantire copertura continua nelle aree urbane più vulnerabili; (iii) assicurare che il nuovo impiego di forze non sostituisca ma supporti le Forze dell’Ordine esistenti. Il coordinatore regionale, Vincenzo D’Incecco, ha ribadito: “La sicurezza non è uno slogan, ma un diritto che deve essere garantito ai nostri cittadini”.
Lo studio Bocconi mette in luce quattro disallineamenti
Parallelamente, il centro di ricerca Shield della SDA Università Bocconi ha pubblicato un’analisi che denuncia quattro forme di disallineamento del modello attuale di Strade Sicure. Primo, la missione, divenuta permanente, è ancora giustificata con rinnovi contrattuali anziché con una legge organica che ne definisca finalità, criteri di uscita e valutazione. Secondo, il personale può pattugliare e assistere, ma non possiede sempre gli strumenti giuridici per chiudere l’intervento.
Altri limiti evidenziati dallo studio
Terzo, la valutazione dell’efficacia è spesso ridotta al conteggio di unità schierate, controlli effettuati o siti presidiati, senza considerare l’impatto reale sulla sicurezza. Quarto, i turni urbani sottraggono tempo prezioso alla formazione, al recupero e alla preparazione, momenti cruciali quando la difesa collettiva richiede prontezza assoluta.
Proposte per rendere il dispositivo più dinamico
Lo studio suggerisce di ampliare la copertura territoriale e aumentare gli organici, ma anche di trasformare il modello in un sistema più dinamico ridurre i presìdi statici non indispensabili e concentrare le pattuglie in micro-aree e fasce orarie ad alta domanda di sicurezza. Per il personale selezionato e appositamente formato, la ricerca propone funzioni di polizia giudiziaria ad acta limitate alla flagranza e agli atti urgenti, evitando di attribuire competenze investigative generali.



