Due medici del reparto di Pediatria dell’ospedale di Sulmona sono finiti sotto inchiesta con l’accusa di lesioni colpose in concorso dopo il trasferimento della neonata tra tre strutture ospedaliere. La vicenda, che ha suscitato preoccupazione nella comunità e forti riserve da parte dei genitori, ruota attorno a decisioni cliniche che la famiglia ritiene insufficienti e potenzialmente dannose.
La famiglia ha scelto di opporsi alla richiesta di archiviazione avanzata dal sostituto procuratore del tribunale di Sulmona, Edoardo Mariotti, sostenendo che esistano responsabilità precise nella gestione del caso. A decidere sul futuro dell’indagine sarà ora il giudice per le indagini preliminari, Emanuele Lucchini, chiamato a valutare l’opposizione e a decidere se disporre ulteriori accertamenti o procedere con un’imputazione coatta.
Il quadro clinico e gli spostamenti tra ospedali
La bambina, oggi di due anni, si era presentata al pronto soccorso di Sulmona in codice verde e aveva ricevuto una consulenza pediatrica. Dopo la valutazione era stata dimessa con diagnosi di faringite acuta, coliche gassose e dermatite da pannolino. Tuttavia, poche ore più tardi le condizioni della piccola sono peggiorate e la famiglia ha dovuto rivolgersi a un’altra struttura, con successivo trasferimento anche a Pescara e infine a L’Aquila, dove la neonata è stata ricoverata, anche in terapia intensiva per esigenze organizzative e cliniche.
Diagnosi successiva e valutazioni divergenti
All’ospedale dell’Aquila i medici hanno riscontrato una forma di streptococco acuto, un’infezione batterica che richiede intervento tempestivo per evitare complicazioni sistemiche. I genitori sostengono che i sintomi inizialmente attribuiti a condizioni di modesta entità avrebbero dovuto essere interpretati con maggiore attenzione, mentre la procura di Sulmona ha ritenuto, almeno nella richiesta di archiviazione, che non fosse dimostrabile un nesso di causalità certo tra le cure (o la loro omissione) e il successivo aggravamento della salute della neonata.
La posizione della procura e l’opposizione della famiglia
Il sostituto procuratore Edoardo Mariotti ha motivato la richiesta di archiviazione sottolineando l’assenza di elementi idonei a stabilire con elevato grado di credibilità razionale che eventuali omissioni abbiano determinato il peggioramento del quadro clinico. In pratica, la procura ha ritenuto che potessero esistere fattori alternativi che spiegano l’evoluzione della malattia, rendendo incerto il legame causale tra la condotta dei sanitari e l’esito clinico.
Cosa contesta la famiglia
I genitori non hanno condiviso questa lettura e hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione. Secondo la madre, esisterebbero profili di imperizia nella gestione del caso da parte del personale dell’ospedale di Sulmona, in particolare nella mancata esecuzione di approfondimenti diagnostici e nella sottovalutazione dei segnali clinici che avrebbero potuto indicare un’infezione in corso.
Prossimi passi processuali e possibili accertamenti
Ora la palla passa al giudice per le indagini preliminari, Emanuele Lucchini, che potrà accogliere la richiesta della procura, rigettare l’archiviazione e disporre un’imputazione coatta, oppure ordinare ulteriori indagini. È verosimile che eventuali approfondimenti prevedano esami documentali e perizie medico-legali per ricostruire con precisione i tempi, le valutazioni e le decisioni cliniche prese nelle ore iniziali dell’evento.
In casi come questo, le perizie hanno l’obiettivo di chiarire se la condotta dei sanitari abbia rispettato gli standard professionali attesi e se, eventualmente, le omissioni abbiano contribuito in modo significativo al peggioramento clinico della paziente. La decisione del giudice determinerà se la vicenda proseguirà con un processo o si chiuderà definitivamente.
Implicazioni e reazioni
La vicenda solleva interrogativi sulle procedure in pronto soccorso e sull’importanza di riconoscere tempestivamente segnali di infezione nei neonati. Per la famiglia, la mobilitazione giudiziaria rappresenta la volontà di ottenere chiarezza e responsabilità: un percorso che potrebbe portare sia a indagini più approfondite sia a possibili rilievi professionali nei confronti degli operatori coinvolti.
Il caso dimostra inoltre come la valutazione del rapporto di causa-effetto in ambito medico-legale sia spesso complessa: la distinzione tra evoluzione naturale di una patologia e eventuali omissioni cliniche richiede esami specialistici e ricostruzioni dettagliate. Nel frattempo, l’attenzione rimane puntata sulla tutela della paziente e sulla necessità di trasparenza nelle decisioni che riguardano la salute dei più piccoli.



