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Don Daniel Cardenas a giudizio per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti

Il sacerdote colombiano è stato rinviato a giudizio per guida sotto effetto dopo l'incidente del 10 marzo 2026; la difesa parla di assunzione involontaria

Don Daniel Cardenas a giudizio per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti

La vicenda che coinvolge Don Daniel Cardenas torna al centro dell’attenzione dopo la decisione del giudice predibattimentale di rinviare a giudizio il sacerdote, imputato per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti. L’udienza è stata fissata per il 25 giugno e si profila la possibilità che il processo segua il rito abbreviato, scelta che potrebbe accelerare i tempi procedurali. I fatti contestati risalgono al 10 marzo 2026, quando il religioso rimase coinvolto in un incidente stradale lungo la statale 17 tra Sulmona e Pratola Peligna.

Quel giorno, dopo l’impatto contro il guardrail all’altezza del bivio di Santa Brigida, i soccorritori e il personale ospedaliero sottoposero il sacerdote agli accertamenti tossicologici, che avrebbero rilevato la presenza di cocaina nel sangue con livelli descritti come elevati nei referti. A seguito del referto la polizia ha proceduto al ritiro della patente e alla denuncia per guida sotto effetto, mentre sul piano ecclesiastico il vescovo Michele Fusco dispose la sospensione dal ministero e il trasferimento dell’interessato dalla parrocchia di Rivisondoli a Roseto degli Abruzzi.

Il procedimento davanti al tribunale

La decisione del giudice Emanuela Cisterna di rinviare a giudizio Don Daniel definisce il quadro giudiziario: l’imputazione è chiara e di natura penale, ovvero quella di guida sotto effetto di sostanze stupefacenti, reato che comporta conseguenze amministrative e penali. La fissazione dell’udienza per il 25 giugno segna l’inizio della fase dibattimentale, durante la quale la pubblica accusa dovrà dimostrare lo stato di alterazione alla guida in relazione agli esami effettuati dopo l’incidente. L’eventuale scelta del rito abbreviato influenzerà la valutazione probatoria e la misura della pena in caso di condanna.

Le accuse e i riscontri probatori

Gli elementi acquisiti dagli inquirenti comprendono il verbale dell’incidente, il referto clinico con i risultati degli accertamenti tossicologici e le testimonianze raccolte sul luogo dell’impatto. Secondo le ricostruzioni, la Toyota condotta da Don Daniel avrebbe perso il controllo autonomamente e si sarebbe schiantata contro il guardrail; non risultano altre vetture coinvolte. Il referto che indica tracce di cocaina ha portato al ritiro della patente e alla denuncia a piede libero, ma spetterà al tribunale vagliare la congruenza tra i dati di laboratorio e la condotta di guida.

La linea della difesa e le ipotesi alternative

La difesa, guidata dall’avvocato Gerardo Marocco, sostiene una tesi diversa: secondo il legale la sostanza sarebbe stata assunta involontariamente, forse attraverso una bevanda consumata quella sera senza che il sacerdote ne conoscesse il contenuto. Questa versione prospetta l’ipotesi di una assunzione inconsapevole e mette in discussione il nesso tra la positività al test e uno stato di alterazione psicofisica al momento della guida. In aula la strategia difensiva cercherà di mostrare dubbi sulla catena di custodia e sull’interpretazione dei risultati tossicologici.

Precedenti comportamentali e elementi contestati

Nel racconto della vicenda compaiono anche episodi antecedenti: è stato ricordato che, due anni prima, Don Daniel era rimasto coinvolto in un altro incidente stradale nel quale aveva allontanato l’auto lasciandola sul posto e denunciando l’accaduto il giorno successivo. Per la diocesi e per alcuni parrocchiani questi elementi hanno contribuito a creare un clima di sfiducia, mentre per la difesa si tratta di fatti da contestualizzare senza automatismi di colpevolezza. Il dibattito pubblico ha messo in luce la tensione tra la dimensione privata del sacerdote e le responsabilità pubbliche legate al ruolo pastorale.

Reazioni ecclesiastiche e ricadute sulla comunità

La sospensione decisa dal vescovo Michele Fusco e il trasferimento a Roseto degli Abruzzi sono misure che hanno una doppia valenza: da un lato rispondono a esigenze disciplinari interne, dall’altro cercano di preservare la serenità delle comunità coinvolte, in primis quella di Rivisondoli. L’eco mediatica dell’accaduto ha turbato la vita locale e riaperto questioni sulla responsabilità dei ministri di culto. Con l’avvio del processo il caso passerà ora alla valutazione della giustizia ordinaria, mentre sul fronte ecclesiastico permarranno le valutazioni disciplinari fino a un eventuale pronunciamento definitivo.

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