All’inizio del 1950, la pianura del Fucino era un crogiolo di tensioni sociali e lotte contadine. Le questioni irrisolte riguardanti le bietolei ricoveriil libero transito e la rete idrica erano all’ordine del giorno, creando un clima di agitazione tra i braccianti.
Il 6 febbraio 1950, i disoccupati di LucoCelanoPescinaTrasaccoAvezzanoCerchio e altri paesi vicini scesero in strada, portando con sé badili e carri, cantando l’Internazionale e chiedendo giustizia. Le donne li salutavano e li incitavano, creando un’atmosfera di solidarietà e determinazione.
Le richieste dei braccianti e la risposta di Torlonia
Le richieste dei braccianti erano chiare e precise. Volevano che il Fucino non fosse più considerato una bandita privatama un’area accessibile a tutti. Chiedevano la possibilità di costruire ricoveri provvisori per ripararsi dalle intemperie e lasciare gli attrezzi di lavoro. Inoltre, desideravano scegliere le colture in base alle esigenze tecniche del suolo e una riduzione del 40% dei canoni di affitto in attesa di una classificazione dei terreni.
Inizialmente, il principe Alessandro Torlonia sembrò ignorare queste richieste. Tuttavia, la Commissione Centrale di Agricoltura riconobbe i lavori espletati dai coloni, costringendo Torlonia a pagare e accettare un decreto prefettizio che fissava un imponibile di centomila ore lavorative. Questo permise di dare lavoro a duemila braccianti nel Fucino durante marzo e aprile del 1950.
La calma apparente e le tensioni sottostanti
Dopo queste concessioni, sembrò tornare la calma. Ad Avezzanoil paese più importante del Fucino con 24 mila abitantiil baraccone della Lotteria riaprì i battenti, vendendo biglietti per vincite come tavolette di cioccolato o bottiglie di liquore. La gente ricominciò a passeggiare per le strade e a godersi l’aria tiepida.
Tuttavia, sotto questa apparente tranquillità, covava un fuoco di rivolta. Le precedenti agitazioni dei braccianti erano state solo una vampata effimera. Le probabilità di un nuovo sciopero alla rovescia si profilavano all’orizzonte se le istanze degli affittuari non fossero state accolte immediatamente.
Le aspettative deluse e il futuro del Fucino
Il giovane principe Alessandro Torlonia aveva perso l’occasione di legare il suo nome alla storia come quello del nonno. Nel Fucino esistevano tutte le condizioni per realizzare un miglioramento efficace della situazione attuale e per un’intelligente industrializzazione e razionalizzazione dell’agricoltura. Tuttavia, Torlonia aveva mostrato di non voler cambiare la vecchia strada.
Intanto, a Romail Governo aveva compreso l’importanza del comprensorio del Fucino e aveva deciso di iniziare al più presto la riforma e l’appoderamento. Il destino voleva che un Alessandro Torlonia restituisse ai discendenti degli abitanti dei vecchi paesi rivieraschi dell’allora capriccioso lago di Fucino, le terre che un altro Alessandro aveva strappato alle acque sotto cui Dio le aveva sommerse.


