Negli ultimi anni i canoni di locazione nei principali capoluoghi italiani hanno subito incrementi consistenti che superano di gran lunga la crescita delle retribuzioni. Un’elaborazione basata sui dati dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare e sulle rilevazioni salariali mette in luce uno scollamento tra domanda abitativa e offerta disponibile che pesa su famiglie, giovani e imprese locali. In molte città la quota dello stipendio assorbita dall’affitto è diventata così elevata da compromettere la mobilità professionale e la capacità di attrarre competenze.
La dinamica non è uniforme sul territorio: aree con forte pressione turistica o universitaria mostrano aumenti molto più marcati rispetto a capoluoghi meno esposti. In generale i canoni per un appartamento standard di 70 metri quadrati sono saliti mediamente tra il 19% e il 49% nelle diverse province analizzate, mentre le retribuzioni nette sono cresciute solo tra il 7% e il 15% nello stesso arco temporale.
Aumenti percentuali e confronto tra città: Milano e Firenze in cima
Tra il 2019 e il 2026 le due città con i rincari più alti sono risultate essere Milano e Firenzeentrambe con un aumento del 49% del canone medio per un appartamento da 70 metri quadrati. In termini assoluti, nel capoluogo lombardo oggi servono oltre 1.800 euro al mese per un’abitazione di dimensione standard; a Firenze la cifra si aggira intorno ai 1.340 euro. Altre province con aumenti superiori al 40% includono BolognaPadovaVenezia e Napolimentre Roma registra una crescita attorno al 37%.
Variazioni minori nel Sud e nelle città meno turistiche
Nei capoluoghi del Sud e in centri con minore pressione universitaria o turistica gli incrementi sono risultati più contenuti: esempi significativi sono PotenzaCampobassoCatanzaro e Perugiadove gli affitti sono aumentati tra il 19% e il 23%. Questa differenza territoriale sottolinea come la domanda specializzata (studenti, lavoratori qualificati, turismo) spinga il mercato in modo diseguale.
Incidenza dell’affitto sul reddito e conseguenze sul mercato del lavoro
L’analisi evidenzia anche la percentuale dello stipendio netto assorbita dal canone medio: a Milano l’affitto impegna in media il 73% dello stipendio netto, a Firenze il 62%. In diverse altre città l’incidenza supera il 50%: tra queste figurano BolognaVeneziaRomaPadovaVerona e Pisa. All’opposto, in capoluoghi come L'Aquila l’affitto incide molto meno (circa il 30% dello stipendio), seguito da province meridionali con valori intorno al 31-32%.
Questa forte erosione del reddito disponibile ha impatti visibili sul mercato del lavoro: le micro e piccole imprese segnalano difficoltà crescenti nel reperire personale disposto a trasferirsi o a lavorare nelle città dove il costo dell’abitare è elevato. La mobilità professionale diventa più costosa e meno attraente, con possibili ricadute negative su crescita e competitività territoriale.
Effetti su giovani e famiglie
Per giovani lavoratori e famiglie alle prese con l’ingresso nel mercato immobiliare, l’aumento dei canoni significa rimandare scelte come la costituzione di un nucleo abitativo stabile o l’investimento in formazione e mobilità. L’aumento del peso dell’affitto sui bilanci domestici riduce il potere di spesa e la capacità di risparmio, amplificando le disuguaglianze tra territori più e meno attrattivi.
Richieste di intervento e strategie suggerite dalle organizzazioni del settore
Le organizzazioni di rappresentanza del mondo delle imprese e dell’edilizia segnalano l’urgenza di misure strutturali per contenere la crisi abitativa. Tra le proposte ricorrenti vi sono l’aumento dell’offerta di alloggi a canoni sostenibili, il recupero del patrimonio immobiliare inutilizzato e la promozione della rigenerazione urbana. L’obiettivo indicato è ristabilire un equilibrio tra sviluppo economico e sostenibilità sociale, evitando che le città più dinamiche diventino progressivamente inaccessibili per giovani e lavoratori qualificati.
Se non intervengono politiche adeguate, il rischio è che le aree più produttive perdano capacità di attrazione e competitività: un mercato immobiliare eccessivamente sbilanciato verso la domanda può frenare investimenti e aumento dell’occupazione, trasformando la questione abitativa in una vera e propria emergenza economica.


