22 Giugno 2026 ☁ 21°

Perché il ddl 1552 preoccupa le associazioni ambientaliste e animaliste

Salviamo L'Orso e altre associazioni ambientaliste e animaliste contestano il ddl 1552, denunciando un arretramento nelle tutele della fauna selvatica e citando i dati ISPRA che evidenziano milioni di uccelli abbattuti tra il 2017 e il 2026. Il testo mette in discussione il ruolo della scienza e apre scenari controversi sul piano europeo e nazionale.

Perché il ddl 1552 preoccupa le associazioni ambientaliste e animaliste

Negli ultimi giorni un gruppo di associazioni ambientaliste e animaliste, con l’adesione di Salviamo L’Orsoha promosso un richiamo forte contro il Disegno di legge 1552ora in discussione al Senato. L’accusa principale è che la proposta legislativa rappresenti un significativo arretramento delle tutele riservate alla fauna selvatica e alla biodiversità nazionale, con conseguenze pratiche e giuridiche potenzialmente gravi per gli ecosistemi italiani.

Aperture venatorie e periodi sensibili della migrazione

Tra le disposizioni più contestate vi è la possibilità di estendere o spostare le finestre temporali di caccia, anche durante fasi delicate come la migrazione pre-riproduttiva degli uccelli. Le organizzazioni firmatarie ritengono che consentire l’attività venatoria in questi periodi possa compromettere le dinamiche riproduttive e la conservazione di specie già sotto pressione. Questo punto, oltre a suscitare obiezioni etiche, solleva questioni tecnico-scientifiche sul rispetto delle necessità biologiche delle specie cacciabili e non cacciabili.

Richiami vivi e interventi controversi

Il ddl introduce inoltre norme che favorirebbero il rilancio della pratica dei richiami viviuna tecnica che in passato è stata oggetto di contestazioni anche da parte della Unione Europea. Le associazioni sottolineano come questa scelta sia in contrasto con orientamenti comunitari e con la crescente sensibilità verso metodi di gestione meno impattanti, denunciando il rischio che la legislazione nazionale si discosti dagli standard europei.

Marginalizzazione del ruolo scientifico dell’ISPRA e rischi amministrativi

Un elemento posto al centro del comunicato è la marginalizzazione del contributo tecnico-scientifico dell’ISPRA nella governance della fauna selvatica. Le sigle ambientaliste sostengono che indebolire il peso dei pareri scientifici significhi favorire decisioni politiche non ancorate ai dati biologici e agli studi di conservazione. In un contesto di crisi climatica e perdita di biodiversità, secondo gli estensori del comunicato, il legislatore dovrebbe invece rafforzare gli strumenti di monitoraggio e controllo.

Dal punto di vista amministrativo e giuridico, le associazioni avvertono che molte delle previsioni del ddl potrebbero entrare in collisione con la normativa europea in materia di conservazione della natura, esponendo l’Italia a procedure di infrazione e contenziosi potenzialmente onerosi. Questa prospettiva viene utilizzata per evidenziare non solo la dimensione ambientalista della critica, ma anche la concretezza delle conseguenze regolatorie e finanziarie.

I numeri sugli abbattimenti: dati ISPRA e portata della pressione venatoria

Per sostenere le preoccupazioni, il comunicato richiama i dati pubblicati dall’ISPRA nell’, che rappresentano il rapporto più completo sugli abbattimenti dell’avifauna italiana basato sui tesserini venatori raccolti dalle Regioni. Secondo l’analisi, nella stagione venatoria 2026-2026 sono stati abbattuti oltre 5,39 milioni di uccelli appartenenti alle specie cacciabili. Questo dato riguarda unicamente l’avifauna e non include mammiferi, ungulati o altre categorie di specie oggetto di attività venatoria.

Ancora più significativo è il dato cumulativo: le elaborazioni ufficiali relative alle stagioni venatorie comprese tra il 2017 e il 2026 indicano oltre 32 milioni di uccelli abbattuti in Italia. L’ISPRA osserva inoltre che questi numeri potrebbero essere sottostimati a causa di carenze e incompletezze nella trasmissione dei dati da parte di alcune amministrazioni regionali, il che solleva dubbi sulla qualità e l’affidabilità del monitoraggio attuale.

Di fronte a cifre di questa portata, le organizzazioni ritengono incomprensibile l’orientamento del ddl verso un ampliamento delle possibilità venatorie. Il richiamo è perciò alla necessità di migliorare il sistema di monitoraggio e di rafforzare le tutele, in coerenza con gli obblighi comunitari e con l’obiettivo di preservare il patrimonio naturale.

Appello al Ministro dell’Ambiente e prospettive di interlocuzione

Il comunicato conclude con un appello esplicito rivolto al Ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratinchiedendo un intervento per bloccare la riforma e aprire un confronto trasparente fondato sulle evidenze scientifiche. Le associazioni sottolineano che il silenzio e l’inerzia non sono accettabili quando sono in gioco la conservazione della fauna selvatica e la conformità alle direttive europee.

Secondo gli estensori, la natura italiana necessita di politiche più coraggiose e di investimenti nella conservazione, non di un allentamento delle regole che potrebbe aggravare una situazione già compromessa da minacce quali perdita di habitat, frammentazione, cambiamenti climatici, infrastrutture invasive e bracconaggio diffuso.

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